A Milano una mamma ha soffocato la figlia di due anni: perché quando una mamma sta male fingiamo di non vedere?

A Milano una mamma ha soffocato la figlia di due anni: perché quando una mamma sta male fingiamo di non vedere?

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A Milano una mamma ha soffocato la figlia di due anni.
Ho letto ieri questa notizia e ho preferito aspettare qualche ora a scrivere, per non farmi sopraffare dalla rabbia e dalla tristezza.
Intanto anticipo subito, a scanso di equivoci che nessuno, in primis la sottoscritta, giustifica minimamente il minimo atto di violenza contro i bambini, figuriamoci un episodio di una gravità come questa.
Però qualche domanda me la faccio da tempo, da quando sono diventata mamma, e in queste occasioni me ne faccio a milioni e do a me stessa risposte che sono sempre più amare.
Quello che penso, sempre di più purtroppo, è che viviamo in una società profondamente ipocrita, che non fa altro che rabbonire le donne con una narrazione della maternità stereotipata e melensa, di frasi fatte, belle da ascoltare e buone per pubblicizzare passeggini e pannolini, ma totalmente vuote di significato (leggi l’articolo “Il corso preparto e l’inganno di quello che non c’è“).
Perché una storia per essere una storia che abbia un senso deve offrire reali spunti di riflessione, punti di vista e visoni in grado ispirare e se serve, confortare. Invece, sono talmente irreali e lontane dalla realtà che l’unica emozione che lasciano è un profondo senso di inadeguatezza, rabbia e sconforto.
Ci sono storie che fanno parte della nostra cultura, che si tramandano dalla notte dei tempi.
C’è il principe che salva la principessa dal drago e da se stessa. C’è il bene che trionfa sempre sul male e poi c’è la mamma, la mamma che sa tutto (leggi l’articolo  “Mamme, siamo davvero sicure di sapere che cosa è meglio per i nostri figli?, la mamma che vede per la prima volta il suo bambino e in virtù di quel grande amore sopporta con amorevole rassegnazione ogni fatica e privazione, c’è l’uomo che le sta di fianco che magari è stato più infantile di un neonato fino al giorno prima ma che improvvisamente cresce e si trasforma in un padre.

C’è tutta questa storia, raccontata, tramandata, infiocchettata che ci portiamo dietro, con la quale ci scontriamo e ne usciamo deluse e ferite.
Di vero in tutto questo c’è poco, quando va bene, perché in tanti casi non c’è proprio niente. Non ci sono uomini in grado di entrare nel loro nuovo ruolo di padre, non ci sono nonni che abbiano tempo e voglia di sostenere, di tramandare e condividere un sapere, c’è solo un grande, tangibile e drammatico vuoto.
Di vero c’è che troppo spesso i figli sembrano solo di coloro che li hanno messi al mondo, e gli altri, la famiglia in generale, abbia un ruolo del tutto trascurabile e marginale. Sembra che tutto sommato i figli sono delle madri, punto e basta.
Ora, c’è questa madre che ha soffocato la figlia. Io non sono una psichiatra, non sono un avvocato e non difendo nessuno, però qualcosa lo so anche io.
So che ci sono mamme che aspettano due giorni per farsi una doccia, e non raccontiamoci che i bambini non si staccano dalla mamma, i bambini non si staccano se non c’è nessuno in grado di tenerseli per dieci minuti senza tragedie.
Ci sono padri che non hanno la più vaga e pallida idea di come si cambia un neonato, di come si prepara un biberon, di come si mette e letto un bambino e si nascondono una vita dietro a quel “Con me piange, meglio se lo fai tu che sei più brava”, come se per cambiare un pannolino non ci volesse semplicemente un minimo di voglia di saperlo fare, ma una laurea in matematica,
Poi ci sono i nonni, ci sono quelli che a loro volta, in una società dove esistevano ancora reti familiari solide, sono stati aiutati quando è stato il loro momento dai loro genitori e ora sono totalmente assenti con i figli. Sono quelli che il nipotino va bene per scattare due selfie, ma poi “io non faccio la baby-sitter”. (Come se un figlio un domani dicesse a loro “Sono un figlio e non un badante”).
E alla fine ci sono le mamme, completamente sole davanti a tutto questo. E guai a parlare, perché: “L’abbiamo fatto tutti prima di te“, “Hai voluto la biciletta” e via così, di scemenza in scemenza, di banalità in banalità, fino a smettere di parlare.
C’è chi ha la forza e si riprende, c’è chi ha la fortuna di avere qualche àncora di salvezza, e c’è chi non ci riesce.
Come uscire da tutto questo? Non ho la risposta, ma ho una proposta.
Smettiamo di assolvere uomini che giocano al ruolo dell’imbranato, che fanno finta di dormire quando il neonato grida la notte e lo sentirebbero anche a dieci chilometri ma loro no, che si dichiarano incapaci delle minime attenzioni verso la famiglia. Mettiamoli davanti alle loro responsabilità, una buona volta, e pretendiamo che se le assumano.
Smettiamo anche di assolvere i nonni totalmente assenti: i nonni non sono genitori, ci mancherebbe, ma non hanno solo diritti verso i nipoti, hanno anche doveri.
Quanto a noi, smettiamo di arrivare al limite, perché arrivare al limite ci fa male e fa male ai nostri figli, quindi fa male di nuovo a noi stesse che li amiamo come nessuno al mondo.
Una madre ha soffocato la figlia e io mi chiedo ancora una volta: dove sono tutti?
Dove siete quando ci trasciniamo per anni barcollando di sonno? Dove siete quando proviamo a confidare le nostre paure e rispondete con ignobile sarcasmo?
Dove siete quando anche uno scemo capirebbe che c’è molto che non va e invece tutti fingono di non sapere?
Penso a questa donna, provo dolore e rabbia.
E spero che chi parla sempre a sproposito abbia la decenza di tacere davanti a un dramma di questa portata.
E che noi mamme, capiremo prima o poi, che la sola salvezza è imparare ad essere gentili l’una con l’altra, starci vicine e perdonare le nostre debolezze.
Perché nessuno lo farà al posto nostro, se non lo facciamo noi per prime.

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